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MAMME D'AZIENDA.Per le imprese le madri possono essere un buon affare. Una ricerca svela perché Stampa E-mail

Il cliché è duro a morire. La ragazza, curriculum impeccabile, master all’estero, conoscenza perfetta di tre lingue straniere, si presenta al colloquio di lavoro: «Lei è brava, ma è giovane: poi vorrà fare dei figli...». Ed ecco che mentre l’ingegnera diventa viola di rabbia, e pensa che tutto può fare meno cambiare di genere, il capo del personale scarta il suo nome e passa oltre. Peccato, sarebbe stata perfetta, ma un maschio è più sicuro, almeno non ci sarà da fare i conti con quello che le aziende temono di più: la maternità. La marcia delle donne verso la conquista del mondo del lavoro finora si è sempre infranto contro questo scoglio: la gravidanza, i figli, le assenze, soprattutto i costi che questo comporta per l’impresa. Ma ora dalla Bocconi arriva il contrordine. «Sono solo pregiudizi da abbattere», dice Simona Cuomo, dell’Osservatorio sul Diversity Managment.

 

«La maternità non è un costo, è un’opportunità», aggiunge Alessandra Casarico, professore di Scienza delle Finanze. «La maternità incide solo per lo 0,23 per cento sui costi del personale», conclude Chiara Paolino che insegna Gestione delle risorse. È una ricerca con un prestigioso marchio di fabbrica, la Bocconi, che si incarica di demolire quelli che definisce luoghi comuni e di rispondere in modo inaspettato alla domanda su quanto costi alle imprese la maternità: poco più di niente. Anzi, arriva ad aggiungere: la maternità per le aziende può essere un beneficio più ancora che un costo. La ricerca ha interrogato responsabili delle risorse umane, capi e madri lavoratrici ed ha concluso che bisogna fare i conti con tre inossidabili stereotipi, smentiti però dalla realtà. Il primo è che non è vero che in Italia la legislazione sulla maternità sia tra le più protettive e generose. La seconda è che non è vero che più le donne lavorano meno fanno figli: anzi, sono i Paesi con la maggior partecipazione al mercato del lavoro a essere i più fecondi. Il terzo è che il costo "vivo" della maternità è indiretto e molto contenuto. La conclusione, quindi, è che non bisogna aver paura delle donne: e che pratiche come la flessibilità, il part time, l’uso del pc da casa, il telelavoro, consentono di trarre solo i benefici dalla presenza di personale femminile e di sfruttare appieno le loro competenze.

Eppure nel mondo del lavoro il retro pensiero è sempre che la dannazione delle donne sia quella di diventare madri. E poco importa che la Banca d’Italia stimi che una crescita dell’occupazione femminile significhi un aumento del 7 per cento del Pil; né che istituti di ricerca come Catalyst o McKinsey affermino, dati alla mano, che il valore aggiunto delle donne - il loro stile di direzione, l’attenzione alle persone, la gestione delle relazioni, la prevenzione dei conflitti - porta le imprese ad avere risultati migliori. Perché poi, lì, al momento dell’assunzione, o quando si deve decidere una promozione, il dilemma è la futura maternità e tutto quello che comporta. Solo che "tutto quello che comporta" è una frase senza senso, uno stereotipo che va abbattuto.

Simona Cuomo è la coordinatrice del gruppo che il 28 ottobre presenterà alla Bocconi il lavoro di ricerca portato a termine dall’Osservatorio del Diversity Managment. «Bisogna - dice - sfatare il mito che aleggia intorno alla maternità. Un’idea pervicace ma che è frutto di una cultura arretrata e di pregiudizi. Il nostro studio dimostra che invece il problema non esiste, che l’incidenza della maternità sul costo complessivo del lavoro è bassissima». Cuomo, che è anche madre di tre figli, racconta che la prima cosa curiosa è che in realtà le imprese non sanno quanto pesa la maternità sui costi complessivi: si sa quanto costano le fotocopie, i post-it, i telefoni; ma nessuno prima aveva mai calcolato quanto costa una mamma.

Il luogo comune vuole che si pensi che la legislazione italiana è tra le più favorevoli alle donne, e dunque tra le più penalizzanti per le aziende. Peccato che non sia vero: in Paesi come la Danimarca è possibile restare a casa per sei mesi al cento per cento dello stipendio e in Norvegia i mesi retribuiti di assenza sono addirittura dieci. Dice Alessandra Casarico: «L’astensione per maternità va vista nel suo complesso, e quando si fanno i raffronti con gli altri Paesi si parte sempre da premesse sbagliate. In Spagna, ad esempio, o in Svezia, è previsto anche un congedo di paternità: anche quello è un costo che riguarda i figli, ma non viene addebitato per forza soltanto alla madre». Limitare i costi della maternità all’universo femminile riduce le possibilità di crescita del Paese: «Le donne hanno dei talenti che vanno sfruttati, decidere di tagliarle fuori dalle carriere perché fanno i figli significa rinunciare a una fetta di competenze».

 

Chiara Paolino ha quantificato (per la prima volta) il costo della maternità: «Ed è - afferma - un costo ridicolo. Una quota che corrisponde allo 0,23 per cento dei costi diretti e indiretti del personale. Quello che pesa è piuttosto il costo dovuto alla gestione dell’incertezza e alla riorganizzazione del lavoro di quelli che rimangono». Variabili, però, che niente hanno a che vedere con l’esborso di denaro, quanto con l’organizzazione del lavoro. «La donna che rientra torna come risorsa più ricca, più efficiente, più produttiva. Se nelle aziende passasse questo pensiero positivo, porterebbe a un arricchimento generale». Che non sia solo teoria, che trovare una soluzione positiva al binomio maternità e lavoro non sia solo un tema di responsabilità sociale ma anche di sviluppo delle imprese, lo racconta Chiara Bisconti, responsabile delle risorse umane di San Pellegrino-Nestlé, anche lei madre di tre figli. «Noi - racconta - abbiamo impostato una serie di strumenti che consentono di far marciare insieme i bisogni delle donne e quelli dell’azienda: il risultato è un effetto virtuoso, perché ad esempio le donne che chiedono il part time riescono a fare in sei ore quello che normalmente si fa in otto, con il risultato di un risparmio di costi».

Tutt’altre le storie che raccontano le donne d’azienda. M.C. è appena rientrata al lavoro dopo una maternità. Fino al 2005 era una giovane manager in ascesa, con un budget importante da amministrare e un team di 8 persone. Adesso, a 38 anni, con tre figli e con la voglia di riprendere là dov’era rimasta, si ritrova a non avere più un ufficio, né un ruolo. «Mi trattano - si indigna - come fossi trasparente, ma questa è un’ingiustizia che non posso lasciar passare. Trovo mostruosa questa mentalità per cui altri ti impongono di scegliere tra maternità e carriera». R. S., top manager di una media company, ha addirittura dovuto cercarsi un altro lavoro. «L’ostacolo - spiega - non era mia figlia, erano i miei capi che hanno deciso per me: secondo loro siccome ero diventata madre non avrei più potuto essere un capo affidabile». L’82% delle donne ritiene che la maternità costituisca un ostacolo alla progressione in carriera e il 54% degli italiani pensa che la maternità e i figli siano i limiti principali alla realizzazione professionale delle donne. E queste convinzioni devono pur nascere da qualche dato di fatto. Forse, però, è ora di cominciare a cambiare. Come stanno facendo alla Bracco, dove si ottimizza il lavoro delle madri con orari personalizzati; o in Microsoft, azienda che ha inventato gli orari family friendy. O alla Shell, dove seguono passo la mamma per tutto il suo periodo di assenza.

Da LA REPUBBLICA
14/10/2009 di Cinzia Sasso

"Tocca alle aziende essere più lungimiranti. Ecco perchè è miope rinunciare a metà delle risorse disponibili" di Chiara Saraceno (La Repubblica, 14/10/2009)

 
Arcidonna sostiene l'AISM. Sabato 10 e domenica 11 ottobre incontriamoci in piazza. Stampa E-mail

Anche quest'anno Arcidonna ha scelto di sostenere l'AISM. Sempre vicine alla ricerca, nel cui valore crediamo profondamente, vogliamo, ancora una volta, dare il nostro contributo.  Sabato e domenica, diamo appuntamento alle italiane e agli italiani che insieme a noi vogliono fermare la sclerosi multipla, aiutando la ricerca.

Sabato 10 e Domenica 11 Ottobre torna l’appuntamento autunnale di AISM con la solidarietà ‘Una mela per la vita’, quando quattro milioni di mele emiliano-romagnole coloreranno tremila piazze italiane per sostenere la ricerca scientifica e fermare la sclerosi multipla, realizzato in collaborazione con Unaproa (Unione Nazionale tra le Organizzazioni di Produttori Ortofrutticoli, Agrumari e di Frutta in Guscio).

‘Fai andare la ricerca, ferma la sclerosi multipla’: è questo l’appello che accompagnerà la quindicesima edizione dell’evento, nato per sostenere la ricerca scientifica e i servizi dedicati ai giovani colpiti dalla sclerosi multipla.
La scelrosi multipla è infatti una malattia con cui vivono oltre 58 mila persone in Italia, che si manifesta prevalentemente tra i 20 e i 30 anni e rappresenta una delle più frequenti cause di disabilità per i giovani.
Oggi, attraverso programmi e strumenti innovativi, i giovani italiani che devono convivere ogni giorno con la sclerosi multipla trovano in AISM servizi, risorse e risposte concrete.

Molte le iniziative, in piazza e nella rete, per entrare nel movimento, sostenere la ricerca scientifica e fermare la sclerosi multipla che accompagneranno ‘Una mela per la Vita’: presto sul sito AISM maggiori dettagli!

 
Pillola RU486: evviva la libertà Stampa E-mail

E’ il calo più sen­sibile degli ultimi undici an­ni. Il 4,1 in meno di gravidan­ze interrotte ogni mille don­ne rispetto al 2007, il 48,3 ri­spetto al 1982. Significa che in 5.150 in Italia hanno deci­so di non rinunciare a diven­tare madri. Solo nel 2004 la percentuale era stata supe­riore, il 4,5. Ecco i dati dell’ultimo rapporto sull’aborto presentato al Par­lamento.

Gli effetti della legge introdotta nel ’78 continua­no ad essere positivi. Il calo dei tassi di abortività è evi­dente in ogni fascia di popo­lazione, comprese le mino­renni con un tasso del 4,8 per milla nel 2007 (-1,0 ri­spetto al precedente rileva­mento). Due i punti deboli, innanzitutto il fenomeno, in crescita, del­l’obiezione di coscienza  - i ginecologi che chiedono di essere solle­vati dei servizi ospedalieri per l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) sono passati dal 58% del 2005 al 70% del 2007, e il boom delle donne immigrate che si com­portano in controtendenza rispetto alle italiane - nelle comunità straniere infatti il tasso è salito al 32 per mil­le, prime utenti dei servizi le donne dell’Est dove l’aborto è considerato una forma di contraccezione.

E in Italia c’è un pri­mato importante, anche se la Chiesa sembra dimenticarsene nei momenti più opportuni: i tassi di abor­tività sono tra i più bassi d’Europa.

E oggi la pillola Ru486 arriva anche nel nostro paese. Il Consiglio di amministrazione dell'Aifa ha infatti approvato l'immissione in commercio nel nostro Paese del farmaco già commercializzato in diverse altre Nazioni. La Ru486 potrà essere utilizzata in Italia solo in ambito ospedaliero, così come la legge 194 prevede per le interruzioni volontarie di gravidanza. Nelle disposizioni c'è un richiamo al massimo rispetto della legge 194 e all'utilizzo in ambito ospedaliero. È stato raccomandato di utilizzare il farmaco entro il quarantanovesimo giorno, cioè entro la settima settimana.

“Il via libera dell'Agenzia del farmaco alla pillola Ru486 è una vittoria per le donne, per la scienza e per la laicità del nostro paese – dichiara Valeria Ajovalasit, Presidente Nazionale Arcidonna –  non si tratta di una ‘banalizzazione dell’aborto’, ma di uno strumento per tutelare il corpo delle donne. Mi chiedo come mai le gerarchie ecclesiastiche siano pronte a scomunicare le donne che ne faranno uso, mentre per altre e realmente gravi azioni non abbiano detto una parola. Come per le ben note vicende del nostro presidente del Consiglio.

31 luglio 2009 

 
Palpeggiare in ufficio? Senza libido si può. Arcidonna: sentenza inaccettabile Stampa E-mail
Toccava le colleghe di lavoro, in maniera scherzosa, senza intenti libidinosi. Per questo la Cassazione ne ha confermato l'assoluzione. Kadri O., denunciato da una collega, era stato assolto in appello dall'accusa di violenza sessuale per la quale, in primo grado, era stato condannato ad un anno e due mesi di reclusione. Tuttavia dalle testimonianze era emerso che nel comportamento dell'extracomunitario non era ravvisabile alcuna ''ebbrezza sessuale''. Contro l'assoluzione di Kadri O. e' stata la Procura generale della Corte d'Appello di Bologna a fare ricorso in Cassazione per chiedere il ripristino della condanna inflitta in primo grado, il 17 maggio '99 dal Tribunale di Ferrara. Ma il reclamo non ha avuto successo.

È una sentenza inaccettabile e inquietante – dichiara Valeria Ajovalasit, Presidente nazionale Arcidonna – per il messaggio che dà,. Non solo non tiene inemmeno in considerazione il diritto delle donne a non essere disturbate con tali “gesti di cattivo gusto”, ancor peggiori sono il cattivo esempio e la libertà che tale sentenza consegna agli uomini, relegando le donne al ruolo di  oggetto su cui è possibile  mettere le mani a proprio piacimento, purchè “senza libido”. Se nel nostro Paese possono avere spazio sentenze di tale fatta - continua Valeria Ajovalasit - la strada per la affermazione dei diritti delle donne, nonostante leggi apparentemente dure contro i trasgressori, è ancora molto, molto lunga. Basta una sentenza a cancellare anni di battaglie? Che amarezza. 

 
Premio Alfonso Brignola alle migliori tesi su Ambiente, Paesaggio, Diritti. Scadenza bando 20 ottobre 2009. Stampa E-mail

L'Associazione di Teoria, Storia e Sociologia delle Istituzioni Giuridiche’ (ATSSIG), d’intesa con la rivista ‘Teoria e storia del diritto privato’, bandisce il Primo premio ‘Francesco Alfonso Brignola’ e il Primo premio ‘Rotary per l’Ambiente’ per le migliori tesi di laurea su tematiche attinenti a ‘Ambiente, paesaggio e diritti dei singoli’.

L’iniziativa, sostenuta da Silvana Ferraiolo Brignola e dal Rotary Club Salerno Nord dei Due Principati, è intesa a valorizzare l’impegno di giovani studiosi italiani che, nell’elaborazione della loro tesi di laurea, abbiano dato prova di particolare perizia e sensibilità nella segnalazione dei profili giuridici, storici e sociologici della tutela dell’ambiente e del paesaggio, dedicando particolare attenzione alla ricaduta sui soggetti privati dei disastri ambientali, della cattiva gestione delle risorse, del degrado paesaggistico e dell’ecosistema marino e fluviale, con conseguenti danni da lesione ai diritti alla salute e all’ambiente salubre, diritti che non solo il nostro ordinamento giuridico (arg. ex artt. 2 e 3 Cost., artt. 844, 2043, 2059 c.c., art. 700 c.p.c.), ma anche numerose fonti normative europee riconoscono a tutte le persone.

La domanda corredata dalla tesi dovrà pervenire entro e non oltre il 20 ottobre 2009, alla Segreteria del Premio, presso la Redazione della rivista ‘Teoria e storia del diritto privato’ (prof. Laura Solidoro, via R. Morghen n. 181, 80129 Napoli). Le documentazioni presentate non saranno restituite.


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