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Zolaykha Sherzad produce a Kabul abiti di moda e favorisce l'emancipazione femminile. Stampa E-mail

Non si può iniziare una buona conversazione prima di aver preso una tazza di tè verde, sostiene Zolaykha Sherzad. Afgana, filantropa e designer, Zolaykhaama accogliere i suoi ospiti intorno ad un tavolino da tè, in un angolo riservato del suo atelier-laboratorio di moda. Nata a Kabul, ne è fuggita da bambina, per tornarci solo nel 2001, con l'idea di fare qualcosa per la sua terra. così ha fondato Zarif Design (www.zarifdesign.com), griffe che ha l'obiettivo di mostrare che l'Afganistan non è solo guerra, ma anche cultura. La sua casa di moda, aperta nella via della seta di Kabul, è una cooperativa composta da sole donne. Definita dal Time magazine una delle più intraprendenti stiliste in circolazione, Zolaykha Sherzad disegna capi fatti a mano con tessuti preziosi. Oltre a Zarif Design, Zolaykha Sherzad ha fondato School of Hope, organizzazione non profit che promuove educazione ed emancipazione nelle zone rurali.

Da Il Venerdì di Repubblica

 
USA: Houston sceglie un sindaco donna gay Stampa E-mail
La città texana di Houston, la quarta degli Stati Uniti per numero di abitanti, ha un sindaco donna «gay», ed è la prima volta che succede in una grande metropoli americana. Annise Parker, una lesbica dichiarata, 53 anni, ha battuto con il 52,8% dei voti il suo avversario Gene Locke, un afro-americano che ha ottenuto il 47,2% dei suffragi circa malgrado fosse appoggiato dall'establishment finanziario locale.

IL DISCORSO - Come racconta l'Houston Chronicle, il principale quotidiano della città americana, che ha oltre 2 milioni di abitanti, la Parker ha detto ai suoi sostenitori: «Sono consapevole del senso di questa vittoria per molti di noi, convinti che non saremmo mai stati in grado di accedere ai più alti livelli». Il sindaco eletto, che indossava al momento del discorso un completo dorato ed una collana di perle, è apparsa sabato sera nel Convention Center della città, gremito per l'occasione, insieme con la sua compagna Kathy Hubbard, i loro tre figli, e sua madre Kay. Altri capoluoghi degli Stati Uniti hanno o hanno avuto un sindaco gay, ma nessuna di loro è una grande città. Tra queste Cambridge in Massachusetts, Providence nel Rhode Island e Portland in Oregon.

 

da Corriere.it
14 dicembre 2009

 

 
Svizzera, svolta rosa: tre donne ai vertici Stampa E-mail

La Svizzera è in mano alle donne. Quando, la prossima settimana, il ministro dell’Economia Doris Leuthard, classe 1963, verrà nominata presidente della Confederazione per il 2010, le tre più alte cariche istituzionali del Paese saranno, per la prima volta nella storia del Paese, in mano a tre donne. Lunedì infatti due donne sono state designate alla presidenza del Consiglio nazionale e a quella del Consiglio degli Stati, i due rami del Parlamento svizzero (Assemblea Federale).

PARLAMENTO AL FEMMINILE - I consiglieri nazionali (deputati) hanno eletto Pascale Bruderer Wyss alla guida della Camera bassa con 174 voti su 182 schede valide. La socialista 32enne del canton Argovia, che prende il posto della ticinese Chiara Simoneschi-Cortesi, è la più giovane parlamentare chiamata a ricoprire questo incarico, precisa il sito online di Swissinfo. Dal 1848, è solo la decima volta che il presidente del Consiglio nazionale è una donna. Al Consiglio degli Stati, Erika Forster Vannini, 65 anni, è stata scelta per sostituire il socialista Alain Berset. La liberale radicale del canton San Gallo, eletta con 43 voti su 44 schede valide, è la terza donna a presiedere la Camera alta, dopo Josi Meier nel 1992 e Francoise Saudan nel 2001. La prossima settimana, il consigliere federale signora Doris Leuthard sarà designata dal parlamento alla presidenza della Confederazione per il 2010, al posto di Hans Rudolf Merz. In Svizzera il presidente della Confederazione è eletto solo per un anno a rotazione fra i sette membri del Consiglio federale, il governo, del quale è un «primus inter pares». Dirige le sedute del Consiglio federale e assume particolari funzioni di rappresentanza.

da Corriere.it
24/11/2009

 
Intervista al Nobel per la Pace nel 2003 Shirin Ebadi: diritti umani violati in Iran alla vigilia della Risoluzione ONU Stampa E-mail
NEW YORK - «Ho invitato il se­gretario generale dell’Onu a visita­re l’Iran per vedere coi propri occhi il tragico deterioramento delle li­bertà nel mio Paese». Alla vigilia della risoluzione contro le violazio­ni dei diritti umani in Iran che l’As­semblea generale Onu si appresta a votare in settimana, Shirin Ebadi abbandona i toni soft per attaccare il regime «che uccide i minorenni, perseguita donne e minoranze reli­giose e mette all’indice la libertà di parola».

Lei manca dal suo Paese dalle contestatissime elezioni dello scorso giugno.
«Vivo in uno stato di esilio effet­tivo», spiega l’attivista 62enne, pre­mio Nobel per la Pace nel 2003, in un incontro col Corriere all’Hotel Tudor, a due passi dall’Onu. «Mi hanno confiscato l’appartamento, la pensione che ricevo dal ministe­ro della Giustizia e il conto in ban­ca mio e dei miei famigliari, ormai sotto costante minaccia. E se non bastasse mi hanno sequestrato tut­ti i premi, incluso il Nobel e la Le­gion d’Onore».

Ha paura di tornare in Iran?
«Nulla mi spaventa più, anche se minacciano di arrestarmi per eva­sione fiscale al mio rientro. Sosten­gono che debbo al governo 410 mi­la dollari in tasse arretrate per il No­bel: una fandonia visto che la legge fiscale iraniana stabilisce che i pre­mi siano esentasse. Se trattano così una persona ad alto profilo come me, mi chiedo come si comportano di nascosto con uno studente o cit­tadino qualunque».

Quando ha intenzione di rimpa­triare?
«Tornerò, forse accompagnata da Ban Ki-moon, quando avrò fini­to il mio lavoro all’estero e sarò più utile nel mio Paese. Sono stati i miei colleghi di Teheran a chieder­mi di restare: 'Adesso ci sei più uti­le fuori', hanno detto. Uno dei miei compiti è perorare la risoluzione Onu che i partner commerciali ira­niani vorrebbero bloccare in quan­to 'politicizzata'. Un’accusa falsa come dimostra l’ultimo rapporto di Ban Ki-moon: un uomo che non si può certo accusare di parzialità».

A cosa serve una risoluzione pu­ramente simbolica?
«A mettere in guardia il governo di Teheran e a dare al popolo che soffre la conferma che l’Onu è con lui. Bisogna riportare la calma nel Paese e io sento il dovere di interve­nire per fermare l’escalation di vio­lenza».

Teme che i media internaziona­li abbassino la guardia?
«Sì. Migliaia di prigionieri lan­guono in carcere, torturati e stupra­ti. Nessuno conosce il vero numero delle vittime».

La commissione Onu per i dirit­ti umani a Ginevra fa la sua parte?
«Cerca di farla ma la composizio­ne del consiglio è tale da legargli le mani. Vorrei spingerlo a fare di più perché, lo ripeto, la violazione dei diritti umani nel mio Paese è diven­tata sistematica e diffusissima. Se la Comunità internazionale tace, il popolo sarà dimenticato ed è pro­prio ciò che vuole il governo».

L’amministrazione Obama sta facendo abbastanza?
«Non ho ancora incontrato il pre­sidente Obama né i membri della sua amministrazione ma la mia po­sizione è ben chiara: nel dialogo con l’Iran non si può parlare solo di nucleare, ignorando la questione ben più pressante dei diritti umani. Le due sono interdipendenti».

È ottimista sulla ripresa del dia­logo tra Washington e Teheran?
«Obama ha inaugurato un nuo­vo corso rispetto all’ostile sbarra­mento di Bush, ma bisogna aspetta­re per vedere quali decisioni in con­creto verranno prese».

È ancora in contat­to con i suoi famiglia­ri in Iran?
«Parlo tutti i giorni con mio marito e con i miei colleghi del Cen­tro per la difesa dei di­ritti umani. No, non so­no in contatto con gli esuli iraniani in Ameri­ca e nel resto del mon­do: non sono un lea­der politico né un lea­der del movimento d’opposizione né loro mi riconoscono come tale. Sono solo un di­fensore dei diritti uma­ni, un semplice avvo­cato che difende pro bono i perseguitati po­litici».

Quando tornerà in Iran avrà molto da fare.
«Ne sono certa e mi preparo già ad accettare tutti i casi che mi capi­teranno, coadiuvata da una ventina di illustri colleghi, la maggior parte delle quali donne».

È vero che la rivoluzione estiva è stata guidata dalle donne?
«Ba­sta andare su Youtube per capirlo. Non a caso Neda ne è diventata il simbolo. Tantissime donne sono dietro le sbarre mentre ogni sabato sera il comitato delle Madri in Lut­to dell’Iran si riunisce in un parco. Protestano in silenzio, vestite di ne­ro e con le foto dei figli imprigiona­ti o uccisi. Molte città, tra cui Firen­ze e Venezia, hanno creato comitati di solidarietà analoghi e io mi ap­pello a tutte le donne del mondo perché facciano lo stesso».

di Alessandra Farkas
da Corriere.it
17 novembre 2009

 
RU486: PROPOSITI EVERSIVI Stampa E-mail
Intervenendo qualche giorno fa al congresso dei farmacisti cattolici monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Cei, ha sostenuto che “l’obiezione di coscienza è un diritto che deve essere riconosciuto ai farmacisti.” E si è spinto oltre invitando, anche se non esplicitamente, i farmacisti a praticare già ora l’obiezione, anche se tale diritto non è ancora stato riconosciuto (né è detto che lo sarà mai). Dal canto suo, il papa ha esortato a due riprese i farmacisti italiani a non vendere la pillola del giorno dopo o quella abortiva, pur sapendo che per legge i farmacisti sono tenuti a fornire tutti i farmaci prescritti. Tali incitamenti a violare le leggi sono di natura eversiva. Nelle organizzazioni internazionali la Santa Sede insiste affinché venga riconosciuto il diritto all’obiezione di coscienza religiosa e, nel medesimo tempo, sottolinea il valore della sussidiarietà, proponendosi di sostituire le istituzioni nel fornire ai cittadini quei servizi pubblici che lo stato non è in grado di assicurare. Se ciò avvenisse taluni cittadini si vedrebbero privati di loro legittimi diritti. Le invocazioni alla trascendenza avrebbero la meglio sulla supremazia del diritto e verrebbe eroso lo stesso stato di diritto, pilastro della nostra democrazia. Ha detto Stefano Rodotà: “La vera disobbedienza civile è quella in cui il prezzo della scelta è pagato da chi la fa, non dagli altri cittadini.” di Vera Pegna
 
MAMME D'AZIENDA.Per le imprese le madri possono essere un buon affare. Una ricerca svela perché Stampa E-mail

Il cliché è duro a morire. La ragazza, curriculum impeccabile, master all’estero, conoscenza perfetta di tre lingue straniere, si presenta al colloquio di lavoro: «Lei è brava, ma è giovane: poi vorrà fare dei figli...». Ed ecco che mentre l’ingegnera diventa viola di rabbia, e pensa che tutto può fare meno cambiare di genere, il capo del personale scarta il suo nome e passa oltre. Peccato, sarebbe stata perfetta, ma un maschio è più sicuro, almeno non ci sarà da fare i conti con quello che le aziende temono di più: la maternità. La marcia delle donne verso la conquista del mondo del lavoro finora si è sempre infranto contro questo scoglio: la gravidanza, i figli, le assenze, soprattutto i costi che questo comporta per l’impresa. Ma ora dalla Bocconi arriva il contrordine. «Sono solo pregiudizi da abbattere», dice Simona Cuomo, dell’Osservatorio sul Diversity Managment.

 

«La maternità non è un costo, è un’opportunità», aggiunge Alessandra Casarico, professore di Scienza delle Finanze. «La maternità incide solo per lo 0,23 per cento sui costi del personale», conclude Chiara Paolino che insegna Gestione delle risorse. È una ricerca con un prestigioso marchio di fabbrica, la Bocconi, che si incarica di demolire quelli che definisce luoghi comuni e di rispondere in modo inaspettato alla domanda su quanto costi alle imprese la maternità: poco più di niente. Anzi, arriva ad aggiungere: la maternità per le aziende può essere un beneficio più ancora che un costo. La ricerca ha interrogato responsabili delle risorse umane, capi e madri lavoratrici ed ha concluso che bisogna fare i conti con tre inossidabili stereotipi, smentiti però dalla realtà. Il primo è che non è vero che in Italia la legislazione sulla maternità sia tra le più protettive e generose. La seconda è che non è vero che più le donne lavorano meno fanno figli: anzi, sono i Paesi con la maggior partecipazione al mercato del lavoro a essere i più fecondi. Il terzo è che il costo "vivo" della maternità è indiretto e molto contenuto. La conclusione, quindi, è che non bisogna aver paura delle donne: e che pratiche come la flessibilità, il part time, l’uso del pc da casa, il telelavoro, consentono di trarre solo i benefici dalla presenza di personale femminile e di sfruttare appieno le loro competenze.

Eppure nel mondo del lavoro il retro pensiero è sempre che la dannazione delle donne sia quella di diventare madri. E poco importa che la Banca d’Italia stimi che una crescita dell’occupazione femminile significhi un aumento del 7 per cento del Pil; né che istituti di ricerca come Catalyst o McKinsey affermino, dati alla mano, che il valore aggiunto delle donne - il loro stile di direzione, l’attenzione alle persone, la gestione delle relazioni, la prevenzione dei conflitti - porta le imprese ad avere risultati migliori. Perché poi, lì, al momento dell’assunzione, o quando si deve decidere una promozione, il dilemma è la futura maternità e tutto quello che comporta. Solo che "tutto quello che comporta" è una frase senza senso, uno stereotipo che va abbattuto.

Simona Cuomo è la coordinatrice del gruppo che il 28 ottobre presenterà alla Bocconi il lavoro di ricerca portato a termine dall’Osservatorio del Diversity Managment. «Bisogna - dice - sfatare il mito che aleggia intorno alla maternità. Un’idea pervicace ma che è frutto di una cultura arretrata e di pregiudizi. Il nostro studio dimostra che invece il problema non esiste, che l’incidenza della maternità sul costo complessivo del lavoro è bassissima». Cuomo, che è anche madre di tre figli, racconta che la prima cosa curiosa è che in realtà le imprese non sanno quanto pesa la maternità sui costi complessivi: si sa quanto costano le fotocopie, i post-it, i telefoni; ma nessuno prima aveva mai calcolato quanto costa una mamma.

Il luogo comune vuole che si pensi che la legislazione italiana è tra le più favorevoli alle donne, e dunque tra le più penalizzanti per le aziende. Peccato che non sia vero: in Paesi come la Danimarca è possibile restare a casa per sei mesi al cento per cento dello stipendio e in Norvegia i mesi retribuiti di assenza sono addirittura dieci. Dice Alessandra Casarico: «L’astensione per maternità va vista nel suo complesso, e quando si fanno i raffronti con gli altri Paesi si parte sempre da premesse sbagliate. In Spagna, ad esempio, o in Svezia, è previsto anche un congedo di paternità: anche quello è un costo che riguarda i figli, ma non viene addebitato per forza soltanto alla madre». Limitare i costi della maternità all’universo femminile riduce le possibilità di crescita del Paese: «Le donne hanno dei talenti che vanno sfruttati, decidere di tagliarle fuori dalle carriere perché fanno i figli significa rinunciare a una fetta di competenze».

 

Chiara Paolino ha quantificato (per la prima volta) il costo della maternità: «Ed è - afferma - un costo ridicolo. Una quota che corrisponde allo 0,23 per cento dei costi diretti e indiretti del personale. Quello che pesa è piuttosto il costo dovuto alla gestione dell’incertezza e alla riorganizzazione del lavoro di quelli che rimangono». Variabili, però, che niente hanno a che vedere con l’esborso di denaro, quanto con l’organizzazione del lavoro. «La donna che rientra torna come risorsa più ricca, più efficiente, più produttiva. Se nelle aziende passasse questo pensiero positivo, porterebbe a un arricchimento generale». Che non sia solo teoria, che trovare una soluzione positiva al binomio maternità e lavoro non sia solo un tema di responsabilità sociale ma anche di sviluppo delle imprese, lo racconta Chiara Bisconti, responsabile delle risorse umane di San Pellegrino-Nestlé, anche lei madre di tre figli. «Noi - racconta - abbiamo impostato una serie di strumenti che consentono di far marciare insieme i bisogni delle donne e quelli dell’azienda: il risultato è un effetto virtuoso, perché ad esempio le donne che chiedono il part time riescono a fare in sei ore quello che normalmente si fa in otto, con il risultato di un risparmio di costi».

Tutt’altre le storie che raccontano le donne d’azienda. M.C. è appena rientrata al lavoro dopo una maternità. Fino al 2005 era una giovane manager in ascesa, con un budget importante da amministrare e un team di 8 persone. Adesso, a 38 anni, con tre figli e con la voglia di riprendere là dov’era rimasta, si ritrova a non avere più un ufficio, né un ruolo. «Mi trattano - si indigna - come fossi trasparente, ma questa è un’ingiustizia che non posso lasciar passare. Trovo mostruosa questa mentalità per cui altri ti impongono di scegliere tra maternità e carriera». R. S., top manager di una media company, ha addirittura dovuto cercarsi un altro lavoro. «L’ostacolo - spiega - non era mia figlia, erano i miei capi che hanno deciso per me: secondo loro siccome ero diventata madre non avrei più potuto essere un capo affidabile». L’82% delle donne ritiene che la maternità costituisca un ostacolo alla progressione in carriera e il 54% degli italiani pensa che la maternità e i figli siano i limiti principali alla realizzazione professionale delle donne. E queste convinzioni devono pur nascere da qualche dato di fatto. Forse, però, è ora di cominciare a cambiare. Come stanno facendo alla Bracco, dove si ottimizza il lavoro delle madri con orari personalizzati; o in Microsoft, azienda che ha inventato gli orari family friendy. O alla Shell, dove seguono passo la mamma per tutto il suo periodo di assenza.

Da LA REPUBBLICA
14/10/2009 di Cinzia Sasso

"Tocca alle aziende essere più lungimiranti. Ecco perchè è miope rinunciare a metà delle risorse disponibili" di Chiara Saraceno (La Repubblica, 14/10/2009)

 
Arcidonna sostiene l'AISM. Sabato 10 e domenica 11 ottobre incontriamoci in piazza. Stampa E-mail

Anche quest'anno Arcidonna ha scelto di sostenere l'AISM. Sempre vicine alla ricerca, nel cui valore crediamo profondamente, vogliamo, ancora una volta, dare il nostro contributo.  Sabato e domenica, diamo appuntamento alle italiane e agli italiani che insieme a noi vogliono fermare la sclerosi multipla, aiutando la ricerca.

Sabato 10 e Domenica 11 Ottobre torna l’appuntamento autunnale di AISM con la solidarietà ‘Una mela per la vita’, quando quattro milioni di mele emiliano-romagnole coloreranno tremila piazze italiane per sostenere la ricerca scientifica e fermare la sclerosi multipla, realizzato in collaborazione con Unaproa (Unione Nazionale tra le Organizzazioni di Produttori Ortofrutticoli, Agrumari e di Frutta in Guscio).

‘Fai andare la ricerca, ferma la sclerosi multipla’: è questo l’appello che accompagnerà la quindicesima edizione dell’evento, nato per sostenere la ricerca scientifica e i servizi dedicati ai giovani colpiti dalla sclerosi multipla.
La scelrosi multipla è infatti una malattia con cui vivono oltre 58 mila persone in Italia, che si manifesta prevalentemente tra i 20 e i 30 anni e rappresenta una delle più frequenti cause di disabilità per i giovani.
Oggi, attraverso programmi e strumenti innovativi, i giovani italiani che devono convivere ogni giorno con la sclerosi multipla trovano in AISM servizi, risorse e risposte concrete.

Molte le iniziative, in piazza e nella rete, per entrare nel movimento, sostenere la ricerca scientifica e fermare la sclerosi multipla che accompagneranno ‘Una mela per la Vita’: presto sul sito AISM maggiori dettagli!

 
Pillola RU486: evviva la libertà Stampa E-mail

E’ il calo più sen­sibile degli ultimi undici an­ni. Il 4,1 in meno di gravidan­ze interrotte ogni mille don­ne rispetto al 2007, il 48,3 ri­spetto al 1982. Significa che in 5.150 in Italia hanno deci­so di non rinunciare a diven­tare madri. Solo nel 2004 la percentuale era stata supe­riore, il 4,5. Ecco i dati dell’ultimo rapporto sull’aborto presentato al Par­lamento.

Gli effetti della legge introdotta nel ’78 continua­no ad essere positivi. Il calo dei tassi di abortività è evi­dente in ogni fascia di popo­lazione, comprese le mino­renni con un tasso del 4,8 per milla nel 2007 (-1,0 ri­spetto al precedente rileva­mento). Due i punti deboli, innanzitutto il fenomeno, in crescita, del­l’obiezione di coscienza  - i ginecologi che chiedono di essere solle­vati dei servizi ospedalieri per l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) sono passati dal 58% del 2005 al 70% del 2007, e il boom delle donne immigrate che si com­portano in controtendenza rispetto alle italiane - nelle comunità straniere infatti il tasso è salito al 32 per mil­le, prime utenti dei servizi le donne dell’Est dove l’aborto è considerato una forma di contraccezione.

E in Italia c’è un pri­mato importante, anche se la Chiesa sembra dimenticarsene nei momenti più opportuni: i tassi di abor­tività sono tra i più bassi d’Europa.

E oggi la pillola Ru486 arriva anche nel nostro paese. Il Consiglio di amministrazione dell'Aifa ha infatti approvato l'immissione in commercio nel nostro Paese del farmaco già commercializzato in diverse altre Nazioni. La Ru486 potrà essere utilizzata in Italia solo in ambito ospedaliero, così come la legge 194 prevede per le interruzioni volontarie di gravidanza. Nelle disposizioni c'è un richiamo al massimo rispetto della legge 194 e all'utilizzo in ambito ospedaliero. È stato raccomandato di utilizzare il farmaco entro il quarantanovesimo giorno, cioè entro la settima settimana.

“Il via libera dell'Agenzia del farmaco alla pillola Ru486 è una vittoria per le donne, per la scienza e per la laicità del nostro paese – dichiara Valeria Ajovalasit, Presidente Nazionale Arcidonna –  non si tratta di una ‘banalizzazione dell’aborto’, ma di uno strumento per tutelare il corpo delle donne. Mi chiedo come mai le gerarchie ecclesiastiche siano pronte a scomunicare le donne che ne faranno uso, mentre per altre e realmente gravi azioni non abbiano detto una parola. Come per le ben note vicende del nostro presidente del Consiglio.

31 luglio 2009 

 
Palpeggiare in ufficio? Senza libido si può. Arcidonna: sentenza inaccettabile Stampa E-mail
Toccava le colleghe di lavoro, in maniera scherzosa, senza intenti libidinosi. Per questo la Cassazione ne ha confermato l'assoluzione. Kadri O., denunciato da una collega, era stato assolto in appello dall'accusa di violenza sessuale per la quale, in primo grado, era stato condannato ad un anno e due mesi di reclusione. Tuttavia dalle testimonianze era emerso che nel comportamento dell'extracomunitario non era ravvisabile alcuna ''ebbrezza sessuale''. Contro l'assoluzione di Kadri O. e' stata la Procura generale della Corte d'Appello di Bologna a fare ricorso in Cassazione per chiedere il ripristino della condanna inflitta in primo grado, il 17 maggio '99 dal Tribunale di Ferrara. Ma il reclamo non ha avuto successo.

È una sentenza inaccettabile e inquietante – dichiara Valeria Ajovalasit, Presidente nazionale Arcidonna – per il messaggio che dà,. Non solo non tiene inemmeno in considerazione il diritto delle donne a non essere disturbate con tali “gesti di cattivo gusto”, ancor peggiori sono il cattivo esempio e la libertà che tale sentenza consegna agli uomini, relegando le donne al ruolo di  oggetto su cui è possibile  mettere le mani a proprio piacimento, purchè “senza libido”. Se nel nostro Paese possono avere spazio sentenze di tale fatta - continua Valeria Ajovalasit - la strada per la affermazione dei diritti delle donne, nonostante leggi apparentemente dure contro i trasgressori, è ancora molto, molto lunga. Basta una sentenza a cancellare anni di battaglie? Che amarezza. 

 
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