| IL LIBERO ADDIO DI ROBERTA TATAFIORE |
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Negli ultimi mesi si era rinchiusa nel silenzio. Ne era uscita solo per parlare di Eluana Englaro e della sua morte. «Una vittoria del padre per sua figlia, sancita dai tribunali, si rovescerà in una sconfitta per tutti, sancita dal Parlamento», aveva scritto su www.donnealtri.it, aggiungendo che «nella nostra solitudine di morenti saremo creature dolenti e bisognose aggrappate alla vita e timorose della morte e coscienti o non coscienti delegheremo allo Stato la nostra esecuzione». Parole che oggi risplendono di una luce più complessa. Meno “politica” e più intima. Oggi che colei che le ha pronunciate, Roberta Tatafiore, 65 anni, sociologa, femminista storica, scrittrice, grande combattente dei diritti, attenta indagatrice del mondo della prostituzione e del sesso e della violenza, ha posto fine alla sua vita avvelenandosi nella notte di mercoledì 8 aprile, da sola in una stanza di albergo a due passi dalla sua casa romana nel quartiere Esquilino. Non voleva che nessuno sapesse, prima, che nessuno la fermasse: è stata una addetta al servizio pulizia al piano, il 9 mattina, a trovarla, ancora in vita. Poi la corsa all' ospedale San Giovanni e un calvario inutile di quattro giorni. «La mia scelta è stata davvero scelta, pensata e preparata, accompagnata da un diario che ha dato luce ai miei ultimi giorni», ha scritto in una lettera al suo amico Daniele Scalise, al quale ha fatto recapitare l’altro ieri il suo diario di questi tre mesi in cui si è preparata, ha letto, studiato, meditato sulla sua fine. Spiega nel testo come ha scelto il dove, il come e il quando, ma non il perché, se non per dire che è una scelta di libertà: «L’ho scelto io, state sereni».Un suicidio preparato con cura, minuziosamente. Con quella stessa tecnica di lavoro con cui ha affrontato i suoi innumerevoli studi e i suoi saggi. Dai tempi in cui era inviata di Noidonne, poi del Manifesto, per poi passare «dall’altra parte», al Giornale, a Libero, al Foglio e, infine, al Secolo d'Italia dove la direttrice Flavia Perina l’aveva chiamata un anno e mezzo fa a confrontarsi nella rubrica “Thelma and Louise” con Isabella Rauti. Femminista e saggista, sociologa e pubblicista, era una delle maggiori esperte italiane sui temi della sessualità, della pornografia e della prostituzione. A lungo ha diretto Lucciola, il mensile del comitato per i diritti civili delle prostitute. Ha scritto libri che sono diventati pietre miliari del femminismo: Sesso al lavoro (Il Saggiatore), De bello fallico (Nuovi Equilibri) e Uomini di piacere (Frontiera). Sul caso di Eluana Englaro aveva scritto “La morte libera tra anarchia e diritto”.«Roberta è stata innanzitutto una grande donna – ricorda commossa la presidente di Arcidonna, Valeria Ajovalasit – Una donna di una rara onestà intellettuale. Con lei era un piacere confrontarsi e scontrarsi. Perché, se anche non ne ho spesso condiviso le idee, sapevo che in Roberta avrei comunque trovato un’avversaria leale. Era una donna libera. E in libertà ha voluto andarsene».
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Negli ultimi mesi si era rinchiusa nel silenzio. Ne era uscita solo per parlare di Eluana Englaro e della sua morte.